Le schiacciatrici di sassi
Avevamo già scritto delle forti donne burkinabé, ma ci corre il desiderio di continuare, specie in questo periodo di incertezza diffusa per gli atti di terrorismo che quotidianamente flagellano questo piccolo paese.
Ciak, ciak, ciak, schiocchi secchi, che sotto il sole a picco sono duri per il mio udito: ai margini di alcune strade di una città a 150 km ovest dalla capitale Ouagadougou, questo ciak, ciak, il rumore che risuona per alcuni
chilometri: sono donne, molte, che sedute per terra schiacciano con un grosso sasso che fa da percussore, altri sassi, fino a ridurli in dimensioni diverse, io ne ho contati di tre dimensioni fino ai più piccoli come la ghiaia di nostri giardini.
Attorno alle donne vi sono basse piramidi di sassi, così che chi passa nota e, se ha da costruire per amalgamare con
cemento o anche terra di creta, si ferma e compra il “materiale edile”.
E’ un mestiere che queste donne si sono inventate, non si vede un uomo che lo pratichi, solo loro con magari legato dietro la schiena un bimbo di 1/2 anni. Hanno mani dure, rugose, con unghie schiacciate e ormai deformate. Facendo questa attività le schegge volano ovunque attorno e qualche segno, graffio, lo portano pure sul volto.
Il Burkina poggia su un vasto altopiano a 300 m di altitudine media con sotto alcuni strati di granito, un tempo assai richiesto ed esportato in Europa. Spesso i sassi che le donne frantumano sono di granito grigio, durissimo.
Se la giornata va bene possono guadagnare anche 2000 CFA (3 euro). Mi verrebbe il desiderio di poter comprare loro tutti i mucchietti di sassi, affinché per oggi, smettano di fare questo lavoro.

Più avanti, verso nord, trovo donne intente ad imparare a cardare il cotone, a colorarlo, a tesserlo ed a cucire abiti presso una missione ove due suore burkinabé hanno aperto una “maison de couture”. Poi una volta imparato il mestiere (2/3 anni) possono restare e venderlo alla missione oppure lavorare in proprio.
Le ho trovate anche a sud del Burkina, dove c’è più disponibilità di acqua (molta di ristagno nella periferia est della capitale) a coltivare piccoli orti. Poi su banchetti di fortuna, lungo la strada, vendere il loro raccolto: carote, cipolle, melanzane e pomodori.
Altre giovani donne ancora, alle fermate delle corriere e piccoli bus ed ai “caselli” su alcune strade ove si pagano 20 centesimi di pedaggio e ci si deve fermare, con grandi piatti di latta sulla testa colmi delle loro mercanzie: piccole banane, carote, dolcetti di sesamo, sacchetti di arachidi, bustine di acqua, si avvicinano ai finestrini in 4 o 5 senza
spingersi tra loro, ma ognuna offrendo la propria merce, a volte anche rane fritte o pesce fritto, con un sole a 35 gradi.
Tra le migliaia di sfollati, sono le donne, tante con i loro bimbi piccoli “fasciati addosso”, che dal mattino presto siedono quiete, in attesa per ore con la speranza di ottenere un po’ di cibo o un contenitore vuoto per conservare l’acqua (anche le bottiglie usate da 1,5 litri vanno bene).
Le trovi alle pompe d’acqua intente a riempire i loro bidoni di plastica o secchi che poi caricano sulla testa; le trovi nella brousse a cercare legna da ardere oppure da rivendere lungo le strade a chi passa. Le trovi alle funzioni religiose, “senza un fiato”, vestite di ogni colore, vestite di gioia, come se attorno nulla accada che esse, donne, non
possano sopportare o sostenere.
E gli uomini? Segnale debole!
V.G.





