E’ da alcuni giorni che lavoro all’orfanotrofio e Salima ha occhi sempre più gonfi, quasi non si aprono e se li strofina con una gonnellina che ha perso il colore, anche un’amichetta di cinque anni sta iniziando lo stesso calvario, poi Emanuel e Moktàr hanno la guancia destra gonfia alcuni molari non si guardano tanto sono cariàti.
Mi decido, sono le nove di sera, faccio un salto da padre Salvatore che come sempre è nel suo studio e si entra bussando alla porta di ferro ed entrando senza attendere l’”avanti”.
“Va bene dai, portali qui domattina alle otto, li vedo subito”!
Kerine, la più piccina, gli fa subito un bisognino sui pantaloni ma il medico camilliano ride…e continua a curarle l’occhio poi gli altri tre, uno a uno, li visita.
“Senti un po’ Emanuel hai paura del dentista?” – il ragazzino di otto anni, non risponde…non sa cosa è il dentista!

E così dopo un’ora siamo dal dentista del Centro S. Camillo di Ougà che con un po’ di fatica -perche’ una bocca non vuol saperne di aprirsi - visita entrambi e comincia a curare uno dei cinque denti messi male di Emanuel!
“Tu, dice poi a Moktàr, (dodici anni) vieni mercoledì che per il tuo dente proprio, lo facciamo sparire e vedrai che non ti duole più”….il dente non è che una radice nera!

Non mi và di riportarli subito in orfanotrofio così me ne torno all’alberghetto con i quattro “ moschettieri” (due antibioticati agli occhi che già dopo un’ora paiono schiudersi e gli altri due con la promessa di una bocca più decente) e mi faccio preparare la colazione del mattino anche se sono le 10,30.
L ’albergatrice storce un po’ il naso alla vista di noi (1 + 4 imprevisti) ma alla fine la porta un po’ più abbondante...i ragazzi non han fame.. di più! La caraffa di succo d’arancia è svuotata, le quattro baguette tagliate spariscono con marmellata e margarina sopra, quattro fette di panettone poi non hanno il tempo di ambientarsi a l’acqua della bottiglie pure.
Il caffè lo tengo per me ma vedo nei loro occhi un “ma e noi?”
Vabbè, mò sta vacanza è per oggi terminata: on va a retourner, au revoir les enfants!
M.R.
Ho deciso di colpo di andare a “ispezionare” due pozzi d’acqua potabile, che alcuni amici ci hanno finanziato due anni fa, per vedere se sono ben funzionanti e come sono gestiti. L’ho deciso da quando mi rendo sempre più conto che fare un pozzo per l’acqua, in Africa, non è fatto solo di: ricerca fondi, trovare una buona impresa geologica per l'individuazione di una capiente sacca sotterranea d’acqua e poi perforazione del terreno, posa in opera dei manufatti, accertamento che il materiale non sia scadente e così via ma anche che, una volta realizzato, esso pozzo sia mantenuto in quotidiana efficienza poiché, il bloccarsi è un attimo e andare poi a recuperare materiali ed operai per il ripristino richiede molto, molto tempo ...e franchi CFA o il lavoro iniziale è ...buttato via (quanti pozzi pur belli ma bloccati ho incontrato!).

Parto con Padre Joseph alla volta di Damsi e Tassè. Andiamo con il pick-up diesel ma nella fretta dimentichiamo di fare gasolio. Dopo un’oretta di brousse ci aspettano nei pressi di un barrage (la diga di argilla e fango) tre catechisti per consegnarci due motociclette (una è un vecchissimo “enduro” 125 cc e l’altro uno scooter) poiché molti tratti d’ora in poi saranno sterrati e con profondi avvallamenti che solo con una moto, a volte spinta a mano, si possono affrontare.
Non penso a controllare il livello di benzina (a vista o meglio a orecchio) della “mia” moto ...ERRORE! ...e dopo tre/quattro kilometri "il ferro" si ferma di colpo. Lancio due imprecazioni, il prete ride e mi dice di aspettare. Sparisce e ricompare con una bottiglia di vetro, un tempo trasparente, con del vino giallognolo ...è benzina! La versiamo nel serbatoio e ripartiamo.

Dopo un po’ raggiungiamo due capanne tra le quali sta un asse con sopra tre bottiglie di “vino bianco”, le vuotiamo tutte nei due serbatoi e si riparte con le mani unte e bisunte di benzina e olio, il bello è che la benzina nelle bottiglie era di colore assai diverso tra esse: andava dal giallo poltiglia, all’ocra scuro al quasi rosso ...ma il tutto mischiato nel serbatoio fa girare, miracolosamente i motori ...vabbè, ogni tanto strappano un po’, cioè vanno a scatti, ma vanno. Rifaremo benzina altre due volte in questi distributori africani tra le piste della brousse, tanto artigianali e singolari da farne ai miei occhi delle opere d’arte. Poi quel gorgogliare del liquido che entra nel serbatoio il cui buco non becchi mai al primo colpo e tutta la moto si bagna di benzina ...e anche i pantaloni.
A mezza giornata incontriamo lungo la via una capanna in muratura con davanti una vecchia rete da letto di ferro con sotto rami d'albero accesi e braci e, sopra la rete, una testa di zebu' e due di pecora e pezzi di carne che stavano piu' ai lati del letto; noi scegliamo le parti che vogliam mangiare e l'oste , brillante di sudore per il caldo, con un coltellaccio ed un forchettone affetta un po' di quella carne e la posa al centro della rete dove le braci sono piu' ardenti per grigliarla meglio. Poco dopo, su un largo e unico piatto di latta ci serve la carne, aranciata, pane e quattro pomodori verdi e amarissimi ...mangiam tutto con gusto!

La sera, al rientro, con un frittatone di sole arancione che cala davanti a noi il pick up “singhiozza”, sta finendo il gasolio. Ma tra una lunga pendenza a motore spento e un pezzo di rosario in francese, il prete togolese porta il macchinone davati al primo e unico “distributore di benzina” ove sono rimaste solo due bottiglie di carburante, due litri, belli colorati e pieni di corpuscoli che in controluce fanno l’effetto di un caleidoscopio.
Secondo me qualche santo ci ha aiutati poiché, abbiamo fatto poi quasi trenta kilometri senza nessun problema!
...I pozzi? ...funzionavano a meraviglia!!!! Ma a differenza di due anni fa ci hanno aggiunto un lucchetto per la notte, a prova di “bimbi perditempo e smanettoni” e un anziano custode per ognuno che, dall'alba al tramonto, sdraiato li' vicino con una serieta' da far invidia al portiere di un grandhotel , saluta o ammonisce chi si approccia all'acqua.
W.V.
La casa di campagna è recintata da un muro quadrato color sabbia. Accanto alla casa, dove vive la mamma del prete burkina, vi è una tettoia di frasche di palma e per terra paglia nella quale sta solennemente disteso uno zebù con sul dorso la sua gobba di grasso, bella dritta, segno che mangia.
Davanti alla casa poi due giovani donne stanno ciascuna lavorando a un telaio con la schiena addossata al muro e il rispettivo mazzo di fili coloratissimi che in tensione vanno a finire a 12 metri di distanza quasi vicino allo zebù, per terra, fermati da questo lato da una grossa pietra. Stanno tessendo stuoie!

Vi sono anche tre eucalipti dentro il recinto, che rinfrescano un po’ l’aria secca e infuocata di questa campagna attorno a Pouytenga.
Poi noto che un muro interno divide quasi in due ambienti, a cielo aperto, la recinzione esterna così che, oltre lo zebù, ci sono altri due piccoli locali: uno è una cucina-lavanderia, l’altro una grande stanza-magazzino. La sensazione che ho avuto e che continua è che lo zebù sia molto importante per questa casa.
Il prete lo capisce e mi accompagna all’esterno del muro di recinzione mostrandomi un manufatto così composto: un pozzetto di cemento circolare alto un metro con in fondo un buco che finisce in una piccola cisterna più in basso di cui si vede la cupola in cemento e dalla cui cima esce un bel tubo blu che rientra nel recinto della casa da un foro nel muro di cinta.

È un impianto "moderno" di biogas che funziona così: ogni sera tutta la cacca dello zebù è raccolta e messa nel pozzetto, dal quale lentamente scende nel silos e qui fermentando produce gas-metano che risale nel tubo con un po’ di pressione e corre ad alimentare i due grossi fornelli della cucina-lavanderia, una lampada dello stanzone e un’altra nella casa grande.
Chiunque ha uno zebù - mi dice il "don" – e in campagna non è raro averne uno, ha risorse di: latte, tiro d’aratro, gas per cucina e luce, fertilizzante per l’orto (lo sterco inerte dopo che ha prodotto gas diventa concime) e un giorno, carne e cuoio; inoltre questo bovino africano che resiste bene ai climi torridi e secchi, si ammala assai raramente. Insomma è un "pozzo di energia" a basso costo!
W. V.
La prima cosa che mi colpisce percorrendo le strade di Ouaga è quella terra rossa che rende tutto monocolore: le strade aride e polverose si confondono con le abitazioni e i volti della gente del Burkina emergono a fatica da quel paesaggio a tratti addormentato. Ma arrivati all’ Orphelinat la vita finalmente esplode: i bambini ci vengono incontro sorridenti e ci avvolgono con le loro voci festose “ bonjor, bonjour, bonjour!“
L’Abbè, il prete protestante che si occupa da anni di questi orfani, ci accoglie con entusiamo: ci tiene molto a stringere la mano ad ognuno di noi e ad impartici le sue benedizioni; è il rito quotidiano, al quale è impossibile sottrarsi. Il suo orfantrofio dispone a malapena di qualche panca e banco di legno dove scrivere, un paio di lavagne appese su muri di fango essicato; eppure riesce a levare dalla strada piu’ di cento bambini.
Nel progetto educativo pedagogico messo a punto dai nostri psicologi, una parte è dedicata alla realizzazione di bamboline di stoffa, che rappresentano il passagio dall’ infanzia all’adolescenza, in aiuto alla formazione di un “io“ per questi bimbi orfani e spesso senza una identità chiara.

Ed oggi è il gran giorno: daremo vita a quelle decine di pezzetti di stoffa colorati portati dall’ Italia, da riempire e cucire.
Eveline e Micheline, due bimbe di 8 anni circa, mi circondano e fanno a gara per avere l’ovatta “madame, madame, coton, coton“ chiedono a gran voce, ma anche i piu’ piccoli con la manine tese aspettano di ricevere quella nuvola bianca, fino ad allora sconosciuta. In quattro e quattr’otto ci ritroviamo con mucchi di “arti” da assemblare.
Strano a dirsi, penso la sera, mentre tutto il gruppo si riunisce per mettere a punto il programma del giorno dopo e per cucire insieme i pezzi di stoffa: questo gioco così semplice, che mai sarebbe considerato da noi, è per loro, una vera scoperta, perchè tutto quello che gli trasmetti assume per essi una dimensione speciale.
E’ mattino, i bimbini sono ansiosi di riprendere possesso dei pupazzi “madame, madame, poupee, poupée” (signora, la bambola, la bambola)! Frank, che avrà sì e no 5 anni, non parla molto ma è vivacissimo e ci rincorre finchè non gli diamo un pupazzo da completare: vuole assolutamente partecipare al laboratorio. Mi ritrovo a parlare con Frederic et Therèse, due degli insegnanti presenti: non hanno mai fatto niente di simile in vita loro e a poco a poco capiscono l’importanza di creare, di stimolare i bimbi ad esprimersi con fantasia. Ridiamo insieme quando dagli zaini si materializzano le bamboline e tutti cominciano a disegnare occhi, naso bocca e si divertono ad incollare capelli multicolori.

Zadhia che ha solo 4 anni e due occhi che ti bucano l’anima, mi tira con insistenza dalla sua parte: rivendica che i capelli della sua bambola siano neri. Non mi resta che incollare la lana nera sopra a quella colorata. Le bimbe si legano le bamboline dietro la schiena, come fanno le donne quaggiù e anche i maschietti girano orgogliosi mostrando la loro creazione.
Non penso di riuscire a rispondere veramente a chi mi chiede come sia andata in Africa: è troppo ingiusto quello che vedo, troppo intenso quello che vivo.
F.M.
Padre Joakim, un pastore protestante, ci attende nel suo villaggio di Tansgho, è mezzogiorno siamo in cinque ha preparato tre panche di legno sotto a un enorme mango in fiore davanti alla casa di campagna di suo fratello.
La casa è un rudere accanto ad un enorme albero secco e bruciacchiato, Hibrahim il fratello è un povero agricoltore che ci porta a vedere il suo orto poco distante! E’ dura togliersi dall’ombra scura del mango per andare nell’orto assolato e secco, c’è un po’ di verde qua e la: sono le cipolle che stanno crescendo bene, assieme ai pomodori, ma i peperoni sono tutti secchi ...l’acqua del pozzo è quasi finita e bisognava sacrificare qualcosa.
Con il secchio Hibrahim ci mostra che ormai viene su dal pozzo metà acqua e metà poltiglia ...solo con le piogge di maggio-giugno si ricaricherà.
Padre Joakim vorrebbe su questa terra di proprietà un orfanotrofio per i “suoi” 120 bambini ma non ci sono i fondi e per ora resta solo un sogno che propone, penso, ai cooperanti che riesce a incontrare e portare qua.

Poi attraversiamo un mercato “on the road” che si sgrana sulla pista con negozietti di legno e sacchi, che vendono carne in cottura, zampe e teste di ovini, vestiti cinesi coloratissimi, ciabatte nere; bar con vecchie targhe promettenti, curatori sana - tutto, e una coda di bimbi che ci insegue e diventa sempre più lunga: quindi padre Joakim ci fa entrare nella chiesa protestante del suo vecchio superiore dove ci aspettano trenta bambini che cantano e ballano “cose religione” con il catechista che percuote ritmicamente con le mani un tamburo quadrato sul quale siede.

Poi Joakim e la comunità, raccoltasi qui in gruppo per salutarci, pregano per noi e il nuovo 2012 e al momento della benedizione, in lingua morè (e un po’ in francese) ci chiede di abbassarci un po’ mentre tutti i bambini si alzano in piedi e con le mani sulle nostre teste ci benedicono intonando un canto.
“Questa – dice padre Joakim – è una benedizione forte che ci ricordano Abramo, Ismaele e Isacco!”
Non so di Bibbia, ma fuori dalla chiesa protestante, a 150 metri si erge una bianca moschea ismaelita, vicini ora come nella Genesi, penso!
A.M.





