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La prima cosa che mi colpisce percorrendo le strade di Ouaga è quella terra rossa che rende tutto monocolore: le strade aride e polverose si confondono con le abitazioni e i volti della gente del Burkina emergono a fatica da quel paesaggio a tratti addormentato. Ma arrivati all’ Orphelinat la vita finalmente esplode: i bambini ci vengono incontro sorridenti e ci avvolgono con le loro voci festose “ bonjor, bonjour, bonjour!“

L’Abbè, il prete protestante che si occupa da anni di questi orfani, ci accoglie con entusiamo: ci tiene molto a stringere la mano ad ognuno di noi e ad impartici le sue benedizioni; è il rito quotidiano, al quale è impossibile sottrarsi. Il suo orfantrofio dispone a malapena di qualche panca e banco di legno dove scrivere, un paio di lavagne appese su muri di fango essicato; eppure riesce a levare dalla strada piu’ di cento bambini.

Nel progetto educativo pedagogico messo a punto dai nostri psicologi, una parte è dedicata alla realizzazione di bamboline di stoffa, che rappresentano il passagio dall’ infanzia all’adolescenza, in aiuto alla formazione di un “io“ per questi bimbi orfani e spesso senza una identità chiara.

 

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Ed oggi è il gran giorno: daremo vita a quelle decine di pezzetti di stoffa colorati portati dall’ Italia, da riempire e cucire.

Eveline e Micheline, due bimbe di 8 anni circa, mi circondano e fanno a gara per avere l’ovatta “madame, madame, coton, coton“ chiedono a gran voce, ma anche i piu’ piccoli con la manine tese aspettano di ricevere quella nuvola bianca, fino ad allora sconosciuta. In quattro e quattr’otto ci ritroviamo con mucchi di “arti” da assemblare.

Strano a dirsi, penso la sera, mentre tutto il gruppo si riunisce per mettere a punto il programma del giorno dopo e per cucire insieme i pezzi di stoffa: questo gioco così semplice, che mai sarebbe considerato da noi, è per loro, una vera scoperta, perchè tutto quello che gli trasmetti assume per essi una dimensione speciale.

E’ mattino, i bimbini sono ansiosi di riprendere possesso dei pupazzi “madame, madame, poupee, poupée” (signora, la bambola, la bambola)! Frank, che avrà sì e no 5 anni, non parla molto ma è vivacissimo e ci rincorre finchè non gli diamo un pupazzo da completare: vuole assolutamente partecipare al laboratorio. Mi ritrovo a parlare con Frederic et Therèse, due degli insegnanti presenti: non hanno mai fatto niente di simile in vita loro e a poco a poco capiscono l’importanza di creare, di stimolare i bimbi ad esprimersi con fantasia. Ridiamo insieme quando dagli zaini si materializzano le bamboline e tutti cominciano a disegnare occhi, naso bocca e si divertono ad incollare capelli multicolori.

 

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Zadhia che ha solo 4 anni e due occhi che ti bucano l’anima, mi tira con insistenza dalla sua parte: rivendica che i capelli della sua bambola siano neri. Non mi resta che incollare la lana nera sopra a quella colorata. Le bimbe si legano le bamboline dietro la schiena, come fanno le donne quaggiù e anche i maschietti girano orgogliosi mostrando la loro creazione.

Non penso di riuscire a rispondere veramente a chi mi chiede come sia andata in Africa: è troppo ingiusto quello che vedo, troppo intenso quello che vivo.

 

F.M.

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